Peppe, King e gli altri. Migrazioni di ritorno ad Avellino

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Peppe, King e gli altri. Migrazioni di ritorno ad Avellino
(disegno di valentina galluccio)

È giovedì, metto nello zaino il cambio per un paio di giorni e mi chiudo la porta alle spalle, direzione Avellino. Scendo le scale dei Cristallini e, arrivato nei Vergini, noto che dopo qualche mese di lavori l’Antica Cantina Sepe ha riaperto. Mi affaccio oltre la porta semiaperta e saluto Francesco. Una decina d’anni fa, tornato dall’Inghilterra, aveva cominciato a tenere aperto lo storico negozio di vini e oli di famiglia i giovedì sera. Da quegli anni in cui l’Antica Cantina Sepe, seppure un solo giorno a settimana, era l’unico punto luminoso ai Vergini, il quartiere è cambiato parecchio. Bar e trattorie si sono moltiplicati e ora il locale di Francesco non stona più con la strada. Forse anche per questo ha deciso di metterlo a nuovo. C’è infatti un bel bancone laccato, nuovi stand da muro per le bottiglie, lampadari colorati e un piccolo setup con due giradischi Technics. Dopo aver fatto a Francesco i miei auguri per la riapertura, cammino verso la stazione di piazza Garibaldi.

Avendo una decina di minuti d’anticipo per il pullman Air Campania che mi porterà nel capoluogo irpino, mi fermo da Attanasio per comprare delle sfogliatelle. La pasticceria è un’istituzione a Napoli, e negli anni è rimasta com’era, senza strizzare l’occhio alle pasticcerie-gioiellerie europee. Lo ripeto compiaciuto al ragazzo dietro al bancone e lui mi dice che alcune cose sono state messe a posto ma che per loro è importante che rimanga old school. Gli faccio i complimenti per le magliette con il loro logo. Lui mi dice che se voglio posso comprarne una, e indica una vetrinetta in cui sono esposte maglie, borse di tela e cappellini. Forse per le domande da turista, per gli occhiali da sole e la borsa a tracolla, o per l’entusiasmo nel commentare un posto tutto sommato normale, il ragazzo mi chiede di dove sono. Quasi a giustificarmi, gli dico che, anche se ho vissuto a Milano per qualche anno, in realtà sono di Napoli. Dieci euro per cinque sfogliatelle, pago e vado a prendere il pullman.

Durante il viaggio mi scrivono vari amici irpini che hanno saputo del mio arrivo. Sono rimasti in città per qualche giorno dopo le vacanze di Pasqua. Dobbiamo assolutamente vederci. In un’ora arrivo alla stazione di Avellino. Ad aspettarmi c’è Peppe, a bordo di una smart bianca, nuovissima. Non ci vediamo da quando vivevamo insieme a Ponte Seveso a Milano. Io rido fortissimo perché lui con una smart lucida fiammante proprio non me lo immaginavo. Ci abbracciamo ed entro in macchina.

Nessuno dei due ha ancora pranzato, allora mi propone di prendere delle focacce al Forno contemporaneo Capaldo, che ricordo per il pane grani antichi iper-alveolato dei pacchi che la madre di Peppe ci mandava a casa a Milano. Ci rimettiamo in macchina e in cinque minuti siamo in corso Umberto I. Entriamo nella corte interna del Casino del Principe, costruito a fine XVI secolo per volontà del principe Camillo Caracciolo. Indicando le finestre del primo piano Peppe mi dice: «In questo palazzo, per qualche anno c’è stato Avionica, un circolo Arci. Facevano eventi musicali, c’era la radio, un laboratorio di stampa e progettazione. Poi il sindaco dell’epoca non rinnovò la concessione. Ora il circolo è da un’altra parte.

Fino al 2019 non mi è mai pesato stare ad Avellino. All’epoca, al Parco Santo Spirito c’era il Tilt, praticamente l’unico locale che faceva musica dal vivo, concerti o dj set di un certo livello. Ci hanno suonato artisti come Johnny Marsiglia e Venerus, nomi importanti anche a livello nazionale. Per me è stato il punto di avvicinamento all’hip-hop, al mondo dei graffiti, insomma a tutta quella cultura. Giusto prima della pandemia l’amministrazione comunale ha chiuso il Tilt e altri locali. Il Covid è stato il colpo di grazia. A quel punto, col pretesto dell’università, me ne sono andato a Roma, che poi per il secondo lockdown non ho mai vissuto veramente. Dopo meno di sei mesi sono tornato ad Avellino. Con degli amici ci eravamo inventati Red Room, un format di musica elettronica che stava andando abbastanza bene. Se non fosse stato per i miei genitori che mi facevano pesare il fatto di aver mollato gli studi e di vivere organizzando feste, probabilmente ci sarei rimasto ad Avellino… Quell’anno poi sono andato a Milano a trovare un’amica. La città mi aveva fatto una buona impressione e, siccome i miei continuavano a pressarmi, ho deciso di spostarmi là: prima a scienze giuridiche e poi a linguaggi dei media».

Finito di pranzare ci rimettiamo in macchina. Dobbiamo passare per casa e prendere un giradischi e dei vinili da portare ad Altrove, uno spazio aperto pochi mesi fa da Alessandra, un’amica di Peppe tornata in Irpinia dopo sette anni a Torino. In macchina passiamo per il multicinema del parco commerciale tra Mercogliano e Avellino. Peppe mi mostra una murata di graffiti iper-realistici, con Joker e altri personaggi dei blockbuster. Mi dice che il murale lo hanno commissionato quelli del cinema a lui e ad alcuni amici suoi: «Ho sempre fatto i graffiti – dice Peppe –, ma qua ad Avellino eravamo una nicchia. Quando sono arrivato a Milano ero diventato uno dei tanti. Lì ti senti quasi obbligato a metterti in gioco, a cercare di migliorare anche tecnicamente. Quell’ambiente così competitivo, per quanto pesante, mi ha fatto crescere a livello stilistico, per potermi ritagliare uno spazio in quella scena. Sinceramente, se non fossi stato tre anni a Milano, a sbattermi, a cercare di fare sempre meglio, imparando da chi era più bravo di me, non mi sarei mai preso la responsabilità di fare un lavoro del genere. Queste cose iper-realistiche poi a me non fanno nemmeno impazzire… Però comunque è un muro grande, e poi porta soldi».

Mi parla delle relazioni umane a Milano e di come, a un certo punto, abbia iniziato a sentirle poco autentiche: «Sono rimasto scottato da alcuni rapporti rivelatisi un po’ strumentali, come se l’obiettivo non fosse costruire amicizie ma ampliare il proprio network, in ultima istanza per avere maggiori possibilità lavorative. Inizialmente tornavo ad Avellino solo per Natale, Pasqua e in estate. Poi, anche per una ragazza di qua, ho iniziato a scendere più spesso. Mi mancava un modo più semplice di stare insieme, dei rapporti non orientati a secondi fini. Anche perché, ad Avellino, quella logica semplicemente non c’è; non è che puoi arrivare chissà dove tramite qualcuno… Per questo qua i rapporti rimangono più spontanei».

Peppe mi dice che proprio quel cinema dove stanno facendo il graffito è stata l’occasione per cui è tornato ad Avellino: «Dovevo fare il tirocinio obbligatorio per l’università e, tramite avellinesi conosciuti a Milano, è venuta fuori l’opportunità di farlo qui, al cinema Multiplex di Mercogliano. Ho colto la palla al balzo e sono tornato. È stato un tentativo di riportare ad Avellino quello che avevo imparato a Milano. In quel periodo è nato Sonoteca, un progetto di sonorizzazione di film muti con musica elettronica. Riuscire a fare una cosa del genere qui, coinvolgere le persone e vederle tornare la volta successiva, valeva dieci volte di più che farlo a Milano. Là sono abituati a questo tipo di eventi. Nosferatu del 1922 sonorizzato live con droni e sintetizzatori in Irpinia, hai capito che roba!».

Recuperati giradischi e vinili, ci allontaniamo dal centro e andiamo verso il Campo Coni. In cinque minuti accostiamo in doppia fila fuori il garage di Antonello che sta lavorando con King. Insieme gestiscono un’associazione culturale, I Love Av: la I, la nocciola avellana a forma di cuore e la sigla del capoluogo irpino. Antonello viveva con me e Peppe a Milano. Per Pasqua è tornato qualche giorno ad Avellino ma vive ancora su e studia al Politecnico. King, di cui non ho mai saputo il vero nome, invece lavora a Varese per Poste italiane. Per un incidente sul lavoro è in malattia ed è tornato un paio di mesi ad Avellino. Il garage puzza di vernice e fumo buono. Stanno serigrafando la Madonna di Montevergine su delle magliette. Ne mancano ancora una trentina per cui li salutiamo per lasciarli lavorare, ci rivedremo in serata.

Ripartiamo e torniamo verso il centro di Avellino. Ad Altrove, lo spazio di Alessandra, c’è un laboratorio di scrittura creativa sul rapporto tra poesia e rap, organizzato da alcune ragazze che hanno messo su un club del libro. Lei è fuori a fumare e mi dice che, per quanto a Torino la scena della danza contemporanea sia sicuramente più viva che ad Avellino – dove, a quanto pare, la scena è tutta lei –, era arrivata a un punto in cui voleva provare qualcosa di nuovo, di suo. Farlo ad Avellino è stata la scelta più naturale. Ovviamente è difficile tenersi in piedi, anche solo per l’affitto, però mi dice che valeva la pena provarci. 

Finisce il workshop, che più che un laboratorio è stata una conversazione sulla pratica  creativa dell’artista che lo teneva. Peppe dice: «In origine avevano organizzato un laboratorio di scrittura, ma alla fine è diventato praticamente un talk… Però capisci, per un evento del genere servono rapper, gente che scrive. Quante delle persone in questa stanza scrivono secondo te? Questo format può funzionare a Milano, a Roma, pure a Napoli, dove magari c’è il ragazzino che fa le canzoni e usa il laboratorio per sperimentare. Ad Avellino siamo davvero troppo pochi…».

Al di là della questione laboratorio o talk, l’evento sembra essere andato bene. Tutti sembrano contenti e, finita la discussione, c’è un aperitivo a base di birre Peroni e vino paesano. Peppe mette qualche disco e dopo un paio d’ore ce ne andiamo. Non abbiamo cenato e, abituato agli orari napoletani, mi fa un po’ strano che di giovedì alle 23 non ci sia nessun posto aperto dove mangiare. Non abbiamo nemmeno tanta fame, per cui decidiamo di saltare la cena. In meno di cinque minuti siamo ai Cappuccini, fuori il bar Picone, ritrovo storico degli ultras dell’Avellino. Anche se ad Avellino non ci sono mai stato, riconosco più di una faccia: avellinesi passati per casa a Milano o conosciuti tramite i miei coinquilini. Tra questi c’è Tommaso, (ormai non più tanto) giovane trapper, che sta flexando la sua impresa del giorno. Gli hanno fatto una multa alla macchina, a detta di Peppe uno degli introiti principali del Comune. Nelle sue storie di Instagram, Tommaso ha pubblicato un video in cui dà degli sciacalli ai vigili urbani. Si avvicinano un paio di ragazzi e gli dicono che è da stamattina che stanno riguardando quel video a loop. Lui è entusiasta. Mi dice che il vigile ha minacciato di denunciarlo e che quel video è un po’ sconveniente… però è troppo iconico, novantotto mi piace, non poteva mai eliminarlo.

Lasciamo il bar Picone e le sue nuvole di hashish e torniamo verso casa. Tiriamo fuori dalla dispensa le sfogliatelle che ho portato da Napoli. Ne prendiamo una a testa e Peppe dice: «Me ne sono andato nel momento in cui più sarei dovuto rimanere. Non c’è stato un ricambio che portasse avanti quella scena che avevamo vissuto da ragazzini. A diciott’anni non hai la testa per costruire qualcosa. A pensarci, saremmo dovuti essere noi a raccogliere la legacy di chi era venuto prima e ci aveva avvicinato alla musica, ai graffiti, a tutta quella cultura. Sono molto grato a questo posto. Gli interessi che ho sono nati qui e probabilmente senza quelli non avrei nemmeno sentito l’esigenza di andarmene. Quando sono tornato volevo restituire qualcosa, ma dopo cinque mesi mi rendo conto che è molto difficile. Arrivi a poche persone… ma perché siamo proprio pochi. Se tutti gli avellinesi fuorisede tornassero sarebbe incredibile. Infatti a Natale, a Pasqua, quando organizziamo qualcosa, spacchiamo sempre: siamo tutti qua e inevitabilmente si crea fermento. Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, secondo me ci sarà sempre di più la volontà di tornare a casa, di cercare un posto sicuro. Con la guerra si torna sempre a casa…». (errico forte)

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