Bad Bunny. Colonizzare la decolonizzazione

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Bad Bunny. Colonizzare la decolonizzazione
(disegno di nando gaeta)

Negli ultimi mesi, come in media la quasi totalità degli occidentali, ho ballato, tenuto il ritmo con le gambe davanti allo specchio mentre mi preparavo a uscire, riso, cantato, pianto per la mia ex fidanzata, sotto il reggaeton piumato, sintetico e ibrido di Bad Bunny. Ho visto un documentario su Porto Rico. Un mio amico ha hackerato l’impianto di un festival di poesia per far partire Nuevayol; un altro ha letto il testo di Lo Que Le Pasó a Hawaii, il pezzo contro la gentrificazione, in un happening gassmaniano in una galleria parigina nella zona più gentrificata di Milano. La settimana scorsa, al Collegium Helveticum a Zurigo, dopo una giornata di convegno, un gruppo di ricercatori ha improvvisato un dj set nelle sale mitteleuropee severe e musiliane dell’accademia; non mi sono stupito, con la vescica piena per la birra, che i pezzi più ballati, più di quelli di Britney Spears o delle Destiny Child, siano stati quelli di Bad Bunny. Nelle feste in casa, Bad Bunny ha preso il ruolo euforico che prima toccava ai classici del pop degli anni Zero. Nei club, il reggaeton synth-pop ha sancito il tramonto della techno. E il trionfo della musica latina su tutte le altre musiche del mondo.

Bad Bunny, anche questo è noto, non solo è probabilmente il musicista più influente sul pianeta, ma sembra anche una persona interessante. I suoi show sono studiati e francamente bellissimi, pieni di Significato e di Valori; nelle interviste non è mai banale, parla di inclusività, di lotta di classe, è molto simpatico e intelligente. Non perde occasione per fare arrabbiare Trump e il suo direttorio. È un artista ultra-pop, ma anche impegnato, forse uno dei primi casi in questa nuova era post-umana. Per certi versi, questo è l’aspetto più problematico della faccenda. Perché dà luogo a una serie di antinomie di difficile risoluzione che mettono in luce il ruolo centrale e onnivoro del mercato (capace di rovesciare, assimilare e neutralizzare ogni istanza lontanamente sovversiva) e le conseguenze di una globalizzazione così spinta dove la riscoperta di una dimensione particolare e intima (in questo caso, Porto Rico) va di pari passo con la sua inevitabile banalizzazione. Non si sfugge dalla trappola del consumo e della glocalizzazione, e il caso di Bad Bunny, per la sua portata, è degno della massima attenzione per capire come agiscono certi fenomeni.

Prima di ascoltare DTMF (DeBÍ TiRAR Más FOToS) non avevo idea di chi fosse Bad Bunny, nonostante un successo già consolidato e planetario, e non trovo casuale che sia filtrato nella mia bolla con un album complesso e stratificato, che ha spostato un sottogenere a canone, in cui – ma questa cifra è tipica dell’artista – il reggaeton, la musica tradizionale di Porto Rico, Venezuela, Cuba, Panama, Colombia, viene sporcata dalle vibrazioni dell’elettronica, da melodie pop e da bordoni trap. Potremmo dire che in qualche modo la cultura musicale portoricana viene trasmessa su scala mondiale con il compromesso di avere una forma che solitamente viene intesa come più moderna: io direi più occidentale. Adattandosi, appunto, a un orecchio diverso, che non è quello dello jíbaro portoricano, ma quello di centinaia di milioni di utenti di internet sparsi per il mondo. La musica latina, per arrivare a tutti, deve essere mescolata col synth-pop e con l’elettronica, anche sperimentale. E, questo può risultare più sorprendente, deve essere musica d’autore, con testi politici e impegnati, pieni di rivendicazioni, in contrasto con l’allegra spensieratezza che solitamente attribuiamo al reggaeton e, per estensione, a qualunque ritmo meridionale, Altro.

Penso alla Nascita della tragedia, all’elemento incontrollabile, pulsionale, puramente sonoro, dionisiaco, che deve essere mediato dalla forma e dall’ordine apollineo per essere reso intellegibile e tollerabile all’essere umano. Sfiora l’inconscio acustico, poi se ne ritrae. Bad Bunny è il Wagner dei nostri tempi.

Torniamo a DMTF, che è di fatto l’unico album che conosco per osmosi di Bad Bunny. È stato il primo album del cantante che ha travalicato un interesse settoriale, per essere inteso, propriamente, come cultura e venire analizzato dai maggiori siti di approfondimento statunitensi.  L’album, senza mai perdere la sua ballabilità, parla di temi complessi come l’anticolonialismo, la gentrificazione, ponendo l’autenticità della cultura locale come rimedio contro il consumismo, soprattutto attraverso i sample, come quello di “Un verano en Nueva York” che apre Nuevayol. E fa tutto questo rimanendo comunque tamarro, inserendo un numero di tette e culi parsimonioso che non ci fa arcuare il sopracciglio. I ritmi del reggaeton sono sformati dall’elettronica, creando un mix irresistibile. Se poniamo la questione in termini più ampi, partendo da Rosalía e arrivando al successo non solo nazionale della Niña, si può notare come una tendenza comune della musica attuale sia quella di tornare al folklore, di interrogare le forme della tradizione. In letteratura un fenomeno simile si è avuto con il primo post-modernismo. In un saggio contenuto nello stupendo L’algebra e il fuoco, John Barth parlava negli anni Sessanta di una “letteratura dell’esaurimento”. Potremmo inferire che nella musica, almeno in quella mainstream, siamo a un punto simile. Le forme di sperimentazione anche più radicale sono inglobate dal mercato nella parvenza di forme nuove, che sono però forme di ri-uso. Si tratta di mescolare l’iper-futuro con una foggia arcaica, popolare, creando una nostalgia per un passato che non è mai esistito, o meglio, per un futuro mai avvenuto.

Ogni progetto che unisce in maniera elegante e ricercata un elemento “locale” a una “alfabetizzazione pop” (globale), solitamente trova con facilità una buona fetta di mercato disposta a dargli credito. Detto più semplicemente, è proprio quello che vogliamo ascoltare, in quanto pubblico occidentale, qualcosa di esotico ma al contempo familiare, che può dare visibilità a un territorio o soffiare la polvere su certe tematiche, ma, proprio perché le condizioni di visibilità sono spurie e dettate dal gusto occidentale, si rischia poi di cadere in una visione stereotipizzata. Per adesso, il successo di Bad Bunny e la sua scelta di non fare concerti negli Stati Uniti, ha solo accresciuto il turismo degli americani a Porto Rico, cioè i ricavi di un’attività economica volatile e inquinante. Che ciò sia estremamente significativo dal punto di vista simbolico (erano i portoricani che si recavano in Nord America per scappare da una condizione di povertà, mentre adesso ricevono un flusso di persone che favorirà gli stessi processi di turistificazione e perdita dell’autenticità che Bad Bunny denuncia) non intacca il piano strutturale e materiale del discorso (gli Usa sono una potenza autocratica con politiche immigratorie disarmanti e un continuo sviluppo coloniale, e non più solo in termini di immaginario – immaginario di cui Bad Bunny tra l’altro fa parte a pieno titolo). È un risarcimento culturale. Le istanze politiche di Bad Bunny, per quanto condivisibili, sono istanze che vengono trasformate in processi di culturalizzazione. Nessuno si stupisce che in un uno dei periodi più critici del capitalismo avanzato, che in un clima da fine Impero, con l’avanzata dei populismi e dei fascismi, le guerre e le strette autoritarie, l’artista più influente in attività sia latino, anti-trumpiano e anti-imperialista, vesta da drag queen e, nonostante una mascolinità etero-normata, definisca i generi fluidi e apra, in un’intervista abbastanza paracula, alla possibilità di stare con un uomo per risultare il più trasversale possibile. E che sia, incredibilmente, attraente. L’Es in persona. Tutta l’eversività è, insomma, oggi, riversata sul piano simbolico. Anche chi vota Trump è tra noi a ballare Bad Bunny.

Guardando dei vecchi video in rete, Bad Bunny mescola pubblico e privato raccontando e mostrando in presa diretta le sue storie d’amore. Sembra un uomo dolce e premuroso. In un mondo di maschi performativi lui è l’ultimo romantico. Ripristina l’efficacia della coppia, questo strumento così in disuso, nell’unico modo possibile: con l’intensità e il romanticismo. In un mondo cinico e disilluso si ostina a credere nell’amore assoluto. Nonostante si rivolga perennemente a una camera, sembra genuino. Vorremmo andarci a letto, o perlomeno essere lui. Ci dimentichiamo però che tutto è una rappresentazione, e come questa freschezza sia piegabile. In un modo che trovo assai simile, ci dimentichiamo che è proprio il rifiuto dell’inglese come lingua del dominatore, tanto nei testi che nei discorsi pubblici, che diventa, paradossalmente, ciò che consente al dominatore di riconoscerlo. Nello stesso modo, l’uomo etero-normato per eccellenza, può accogliere, con i giusti strumenti, la comunità LGTBQ+. La neutralizzazione simbolica è perfettamente compiuta.

In questo articolo ho trattato Bad Bunny come un sintomo, dimenticando che è soprattutto una forma di aggregazione. Prima ho scritto che non scappa dal consumo. È vero. Ma proprio per questo è necessario fare la cosa più antica del mondo: ballare. E credere nell’unico dio possibile: quello che ride e ci fa sudare. E ci redime, in un giro di ciglia, del nostro inevitabile trescare con il peggior capitale. (fabrizio maria spinelli)

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