Retoriche di una festa. Torino capitale europea del rimosso

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Retoriche di una festa. Torino capitale europea del rimosso
(disegno di cristina moccia)

Lo scorso fine settimana molte vie di Torino sono state chiuse al traffico e messe a disposizione della Festa dei vicini. Da quando vivo qui ne ho spesso sentito parlare ma non l’ho mai attraversata. Sul sito del Comune scopro che è un’iniziativa nata in Francia nel 1999 e importata a Torino nel 2006 con l’obiettivo di promuovere “la socialità, il senso di comunità e le relazioni tra chi abita nello stesso quartiere”. Da allora queste feste sono cresciute numericamente e la macchina organizzativa che le sostiene si è affinata progressivamente: comitati, associazioni e cittadini vogliosi di animarle avanzano le loro proposte all’ente, che decide i criteri di ammissibilità e le modalità di sostegno: “la valorizzazione degli spazi di quartiere, la creazione di reti sociali, la promozione di legami di prossimità e solidarietà”; “la concessione del suolo pubblico, la chiusura al traffico veicolare, la fornitura di materiali come sedie, tavoli o transenne e la fornitura di materiali grafici per la promozione dell’evento”.

Quest’anno, per il ventennale dell’iniziativa, l’amministrazione ha deciso di darle maggiore enfasi inserendola nel calendario degli eventi in preparazione della candidatura di Torino a capitale europea della cultura 2033. E per chiudere il cerchio simbolico, il programma della festa ha incluso anche una “speciale festa per nuovi cittadini”, dedicata a chi ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2026. Il convergere delle celebrazioni mi sembra l’occasione giusta per fare un giro tra le strade occupate da due di questi presidi di “partecipazione civica”, che scelgo per il loro “valore simbolico”: la Festa dei vicini di via Po, dove si è svolta anche la celebrazione dei nuovi cittadini, e quella del quartiere Aurora, allestita in via Alessandria, una via diventata nota negli ultimi anni perché lì c’era la sede dell’ex asilo occupato dagli anarchici, sgomberata nel 2019 dalla giunta Appendino.

Quando arrivo in via Po, sabato mattina, il sole batte caldo sulle divise della polizia locale e della vigilanza privata, che sorvegliano le transenne e i passanti. La lunga “tavolata conviviale” è già apparecchiata in mezzo alla strada in attesa del pranzo condiviso. Ciascun posto a sedere è segnato con una tovaglietta di carta che invita i commensali a partecipare a un questionario accessibile tramite un QR code: “La ricetta per una capitale europea della cultura” è il tema dell’indagine, e come una qualsiasi ricetta culinaria riporta gli ingredienti e il procedimento per la preparazione. Aprendo il link al questionario si può rispondere a domande semplici poste con linguaggio infantile: “Qual è l’ingrediente che non può mancare nella Torino del 2033?”, “Perché hai scelto proprio questo ingrediente? (raccontacelo in poche righe)”. Insieme alle tovagliette, dei foglietti di carta bianca riportano le sigle delle associazioni a cui è garantito un posto a sedere.

Poco oltre, verso piazza Vittorio Veneto, davanti alla chiesa di San Francesco da Paola è stato allestito lo spazio che ospita la cerimonia per i nuovi cittadini. Un tram storico della città ha le porte aperte verso la facciata della chiesa ed è utilizzato come palcoscenico per i relatori e i festeggiati. Ad affiancarli per tutto il tempo ci sono due agenti del servizio d’onore della municipale in divisa storica. Ai piedi del tram, alcuni posti a sedere sono riservati ad altre personalità pubbliche; chi è venuto a curiosare, insieme ad amici e parenti dei nuovi cittadini, sta in piedi alle loro spalle. I pochi metri che separano il tram dalla facciata della chiesa sono occupati dalla banda del corpo di polizia locale di Torino, che scandisce la cerimonia suonando l’inno nazionale e quello europeo. La scenografia dello spazio, oltre al tricolore e alla bandiera dell’Europa, comprende i manifesti della festa dei nuovi cittadini e di Torino capitale europea della cultura 2033, evento sponsorizzato anche da alcuni enormi palloncini blu.

I saluti che precedono il giuramento dei nuovi cittadini vengono affidati ai rappresentanti di Ascom, Confesercenti e Associazione dei commercianti di via Po. I loro discorsi enfatizzano il ruolo del commercio come «vettore di ricchezza, non solo dal punto di vista economico, ma anche ricchezza della società, dell’integrazione, del modo di stare insieme e di creare comunità» (Vincenzo Nettis, presidente provinciale di Confesercenti), ed esprimono apprezzamenti per la festa dei vicini «perché nella vicinanza, nella prossimità, sta quella relazione che è alla base della nostra comunità, e che rende Torino una città accogliente e viva» (Federica Fiore, vicedirettrice di Ascom Torino). Nettis approfitta anche per ricordare l’esistenza di una campagna di raccolta firme, tuttora in corso, volta a istituire le Zes, Zone economiche speciali, tramite una legge che tuteli il commercio di prossimità con «presidi di sicurezza, di civiltà e di convivenza nelle zone e nei quartieri che viviamo».

È il momento del discorso del sindaco: «Lo spirito della festa dei vicini è quello che ci ha guidato in tutti questi anni […], con l’obiettivo di stare insieme, incontrarsi, parlarsi […] perché da questa condivisione nasce il senso di identità profondo di questa città». Lo Russo ricorda poi i principi su cui si fonda la repubblica: «Uno di questi è la capacità di essere un paese in grado di accogliere e integrare le persone che arrivano da altre parti del mondo», principio che lui vede anche «nella natura di questa nostra città, una città che si è costruita nei secoli attraverso le tante persone che sono arrivate a cercare condizioni di vita migliore, a fare una famiglia per stabilirsi». Riconosce infine che «prendere la cittadinanza italiana è difficilissimo» ed esprime vicinanza verso coloro che «questa fatica l’hanno fatta», dimostrando «di avere voglia di diventare cittadine e cittadini»; per questi motivi, li ringrazia ripetutamente. Finito il suo discorso, il sindaco invita sul palco i dieci nuovi cittadini preventivamente selezionati a recitare la formula del giuramento: «Giuro di essere fedele alla repubblica e di osservare la costituzione e le leggi dello stato». A ciascuno di loro consegna il documento, offre grandi sorrisi, baci, abbracci e qualche pacca sulle spalle.

A chiudere gli interventi istituzionali è il direttore dalla candidatura di Torino a capitale della cultura 2033, Agostino Riitano. Per lui si tratta di «una giornata che rende visibili tantissimi dei valori che stanno caratterizzando il percorso di candidatura […], valori che oggi possiamo toccare con mano nelle vibranti emozioni di questi giuramenti, perché riteniamo l’accoglienza di questa città come una pratica civica, l’intercultura come una risorsa pubblica e la cultura come spazio di relazione per creare e rafforzare quei legami che caratterizzano la temperatura di una città moderna e aperta al futuro, e la dimensione dell’Europa come dimensione e orizzonte di convivenza democratica».

A cerimonia appena conclusa, mentre i musicisti della banda scappano dal sole e i parenti dei nuovi cittadini si ricongiungono ai festeggiati, i giornalisti li rincorrono per strappare loro dichiarazioni emozionate ed entusiaste. Prima di scioglierci, una macchina fotografica professionale punta il volto di una ragazza nera che ho avuto accanto nell’ultima mezz’ora; il fotografo chiede di poterla ritrarre, lei declina l’offerta con un gesto della testa e lui desiste con una smorfia stizzita e delusa. Mi trattengo un po’, ma senza aggiungermi al gruppo di avvoltoi che stanno spolpando i protagonisti della festa con le loro domande. Mentre passeggio nel tratto che separa il tram dalla “tavolata conviviale” vedo i primi commensali seduti nei posti a loro assegnati, e i nuovi cittadini appena celebrati allontanarsi con le loro famiglie; immagino allora che stiano andando a pranzare altrove. Vado via anch’io.

La festa dei vicini di via Alessandria si svolge la domenica, tra pomeriggio e sera. Mentre mi avvicino sento la musica da lontano e intravedo gruppi di gente sparsa tra postazioni di gioco e banchetti allestiti con vari tipi di materiali, oltre a quello di Legambiente. Qui l’atmosfera è più informale e giocosa rispetto a quella percepita in via Po. L’area chiusa al traffico è transennata ma non vedo la municipale né altre guardie private. Tra chi partecipa c’è rilassatezza e gentilezza; i genitori sembrano felici di poter fare scorrazzare i propri piccoli senza il pericolo del traffico, e tutti sembrano disposti a prendersene cura indipendentemente dal fatto che siano figli loro. Anche questa “tavolata conviviale” è allestita con le tovagliette che promuovono il questionario che ho visto il giorno prima, ed è piena di cibo e bevande che ciascuno dei partecipanti si è preoccupato di portare. C’è poi una scacchiera gigante per terra, un campetto da minivolley, chi gioca a calcio liberamente, chi fa balli di gruppo e altre pratiche corporee; una porzione del suolo è diventato una lavagna su cui far disegnare i bambini coi gessetti. C’è poi un enorme foglio bianco affisso sulla facciata dell’ex asilo; una scritta a mano dice “Aurora siamo noi” e il resto dello spazio è destinato a essere riempito di faccine e nomi degli abitanti, disegnati a mano. Insieme a questo pannello è affisso un manifesto stampato che titola “Il quartiere Aurora è anche tuo”; è stato scritto dal comitato Aurora, nato a gennaio di quest’anno con l’intento di creare “un quartiere più vivo, più bello e più nostro”.

Mi allontano anche da questa festa senza avervi davvero partecipato. La due giorni è finita e lascio che i miei sentimenti prendano la forma di riflessioni più ordinate. I discorsi istituzionali ascoltati sabato mattina alla festa dei nuovi cittadini, le parole del sindaco democratico e inclusivo, sarebbero commoventi se non fosse per la quantità sottintesi, omissioni e rimossi. Chi ha parlato da quel palco ha riaffermato tra le righe la differenza tra immigrati “buoni” e “cattivi”, tra chi ce l’ha fatta perché ha saputo fronteggiare le condizioni imposte dalle politiche dell’integrazione e chi probabilmente non ce la farà mai perché quelle condizioni non riesce o non vuole accettarle, trovandole ingiuste, e finisce persino per lasciare il paese per sfinimento. Chi ha parlato dal palco ha dimenticato di nominare le innumerevoli angherie, gli abusi e soprusi che lo stato e le sue diramazioni infliggono alle persone immigrate, soprattutto se povere e prive di reti sociali solide. Eppure di queste angherie e abusi strutturali abbiamo le prove certificate: l’inferno burocratico che bisogna subire per ottenere i permessi necessari a non farsi espellere dal paese; i Cpr in cui si rischia di finire se quel permesso non viene concesso; le trafile estenuanti per ottenere un posto in cui vivere o semplicemente dormire; le persecuzioni a cui si va incontro se, per ragioni di sopravvivenza, si prova a svolgere lavori abusivi pure in luoghi in cui storicamente è stato consentito. E allora, in questo giorno di festa, nella via storica da cui ogni traccia di conflitto e dissenso è stata puntualmente cancellata, mentre osservo l’entusiasmo legittimo di chi ce l’ha fatta, non posso che provare amarezza per il modo in cui le istituzioni locali, con la stampa e il terzo settore che le legittimano, strumentalizzano anche questa loro conquista per accaparrarsi consensi. Vista da qui, Torino sembra più che altro la capitale europea del rimosso.

A questa percezione contribuisce la festa dei vicini di via Alessandria, con lo slogan “Aurora siamo noi” e l’ambizione a creare un quartiere “più nostro”. Chi sta dentro o fuori questi “noi” e “nostro”? Gli organizzatori hanno probabilmente dimenticato il ruolo politico e sociale dell’occupazione anarchica sgomberata sei anni fa, oppure l’hanno sempre disprezzata per le modalità conflittuali e tutt’altro che concilianti dei suoi occupanti. Eppure, quella era una sede del pensiero critico che si opponeva alle ingiustizie appena menzionate: la lotta contro i Cpr, le deportazioni e il razzismo delle istituzioni; contro gli sfratti e gli sgomberi delle occupazioni abitative che davano rifugio a centinaia di persone; contro gli abusi di polizia, la militarizzazione e la gentrificazione. Oggi al posto di quella occupazione sta per nascere quello che l’assessore Jacopo Rosatelli ha definito un “presidio educativo e solidale capace di intercettare i bisogni delle giovani generazioni e delle famiglie, promuovendo inclusione, partecipazione e legami di comunità”. A gestire le attività dello spazio per i prossimi vent’anni sarà il Sermig (Servizio Missionario Giovani), ente che in questo giornale abbiamo più volte criticato per la sua tendenza a reprimere i poveri laddove questi non rientrino nel suo giro di affari. Tra gli animatori della festa corre voce che anche il comitato Aurora stia provando a dialogare con il Sermig per accaparrarsi uno spazio da gestire nell’ex asilo di via Alessandria. Di fronte a un destino che sembra già segnato, continuare a osservare in controluce, evidenziare rimozioni e contraddizioni, rischia di diventare più una sfida a sé stessi che ai soggetti criticati. Eppure, oggi rimanere in silenzio mi sembra ancora più rischioso. (alessandra ferlito)

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