L’intellettuale equilibrista. Nicola Lagioia e la questione meridionale

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L’intellettuale equilibrista. Nicola Lagioia e la questione meridionale
(disegno di giancarlo savino)

All’angolo tra corso Valdocco e via del Carmine, a Torino, si trovano le antiche caserme militari progettate e costruite a inizio Settecento da Juvarra. Da dieci anni i locali ospitano, grazie alla collaborazione tra la Città, la regione Piemonte e la Compagnia di San Paolo, un centro culturale, il Polo del ’900, che accoglie sale per dibattiti pubblici, biblioteche, rilevanti archivi storici. Soprattutto ospita le sedi o gli uffici degli istituti culturali nati nel secolo scorso, come il centro studi intitolato a Gobetti, l’Unione culturale di Antonicelli o la fondazione che porta il nome di Gramsci. Raggiungo il Polo – oggi museo d’un secolo di tradizioni politiche trascorse e chiuse in teca nel tentativo di renderle innocue – il pomeriggio di sabato 30 maggio. Qui il Lions club, l’associazione filantropica internazionale, ha organizzato la cerimonia del suo premio letterario per la migliore prefazione. È previsto il conferimento del premio a Nicola Lagioia, autore delle pagine introduttive all’ultima edizione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.

La sala è gestita da membri del Lions in pettorina gialla, in anticipo prendo posto in fondo e leggo la prefazione di Lagioia. Si tratta di un testo scorrevole, veloce, certo non impegnativo. L’autore ragiona sulla ricezione del Cristo di Levi menzionando i sentimenti di riscatto e vergogna stimolati dalle letture attraverso i decenni, ritorna sulla sparizione della civiltà contadina e insiste sul progetto di Levi, impegnato a immaginare una nuova civiltà arricchita dalla contaminazione tra culture urbane e contadine, settentrionali e meridionali; ancora, Lagioia riflette sul genere letterario sperimentato da Levi – commistione di scrittura memorialistica e finzione – e sul ruolo moderno del narratore; infine sfiora, pur senza connetterle, tematiche centrali nel Cristo come il rapporto della civiltà contadina con la morte e con i poteri statali, “l’immobilismo” del sud e la conseguente, mancata rivoluzione. Lagioia intesse nella prefazione le sue memorie d’una infanzia pugliese, non più legata al mondo contadino ma capace ancora di sentirne il sapore nelle parole e nei ricordi dei grandi.

Mentre leggo, inizia la cerimonia con la diffusione degli inni nazionali, come da tradizione della associazione. Le note dell’inno indiano sono in onore dell’attuale presidente della comunità internazionale del Lions. Metà sala si alza in piedi e sullo schermo scorrono immagini da cartolina dell’India. Poi risuonano le note dell’inno europeo di Beethoven: distrattamente osservo città mitteleuropee immerse in colori di tramonto. Il terzo inno è quello di Mameli e tutta la sala s’alza in piedi, alcuni mormorano commossi le parole patriottiche e sono proiettate immagini in movimento delle frecce tricolori, aerei da guerra che sfrecciano nel cielo accompagnati dai sottotitoli con i versi nazionali.

Resto seduto e mi concentro sulla prefazione. Noto l’impiego di elenchi di parole: “è un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro antichissimo sbocciato nel cuore della modernità”; o ancora: “il desiderio conoscitivo, la pietas, l’umiltà, la meraviglia, il bisogno di portare agli altri la sua ‘scoperta’ fanno di Carlo Levi uno ‘scrittore totale’, uno capace di caricarsi sulle spalle due secoli di tradizione letteraria europea per una buona causa”. Per quanto eleganti, mi paiono giri di frase costruiti affastellando termini che fungono da impalpabili riempitivi. Così il testo suona frusto e logoro nella sua prevedibilità. Il finale si sofferma sulla rivoluzione mancata del meridione: “Di che rivoluzione parliamo? Non sono gli ultimi a doversi dimostrare degni del paese in cui vivono, ma il contrario. Ai tempi di Cristo si è fermato a Eboli erano i contadini di Lucania. E oggi? Se avessimo il coraggio di conoscere nel profondo, un’altra volta, su quali sofferenze, ingiustizie, culture calpestate si tiene in piedi il nostro paese (per non parlare del mondo), soltanto allora avremmo la possibilità di cambiarlo. L’impresa di Carlo Levi da questo punto di vista resta un faro, e il suo metodo un esempio”. Quali siano le ingiustizie, oggi, cui fa riferimento non è dato sapere, ma resta al lettore la conclusione adornata di metafora.

Sul palco si alternano intanto i coordinatori locali del Lions, il presidente della Fondazione Polo del ’900 Sinigaglia, il presidente della giuria e professore universitario Barenghi. Molti partecipanti si conoscono da tempo. Mentre sfoglio la prefazione sento l’intervento di un governatore distrettuale del Lions: «Volevo salutare, visto che abbiamo ottenuto il patrocinio della regione Piemonte, l’assessore regionale Marco Gabusi che è qui con noi. Saluto Marco perché devo confessare una cosa non nota ai molti che non sono di Canelli come noi: per la prima volta l’ho candidato io a sindaco del comune di Canelli. La sua carriera politica è cominciata per merito o per colpa mia». Gabusi è assessore ai trasporti, membro di Forza Italia, e tra il pubblico si schernisce, mette le mani avanti, ma poi interverrà per due volte. Inutile stupirsi: è un incontro di classi dirigenti liberali, piccole élite di provincia, e Lagioia offre loro l’opportunità d’ammantarsi di una posticcia aura culturale. D’altra parte, qui al Polo tutti i morti – entrambi i Levi, Calvino, Pavese, Ginzburg e altri ancora – sono mummie imbalsamate così inerti da poter essere catturate da qualsiasi funzionario riesca ad accaparrarsi un microfono.

Mi sono trascinato qui per un’altra ragione: desidero comprendere il tipo di discorso declinato su Carlo Levi e sul Cristo in questo particolare momento storico e soprattutto in questa città. Allora prendo nota di un passaggio interessante dal breve dialogo tra Barenghi e Lagioia. Barenghi chiede quali sono oggi le risorse del sud. E Lagioia: «La cosa che Carlo Levi aveva capito, e che è stata a lungo fraintesa, era questa: il sud estremo, come la Lucania, non era un luogo degradato da assimilare a quello che oggi chiameremo mainstream, all’Italia ufficiale, ma era un serbatoio culturale grazie a cui il centro si sarebbe alimentato tramite la periferia, e viceversa. Per arricchirsi gli uni attraverso gli altri. Invece ho l’impressione che oggi non si parlino per due ragioni: da una parte la periferia si spopola, oppure – e questo non riguarda solo l’Italia, ma tutta l’Europa – si rifugia nel turismo. Per carità, grande risorsa…». In quel “per carità” si può scorgere un tratto peculiare di Lagioia: critico, ma fino a un certo punto; capace di sfiorare temi polemici, ma sempre attento a non turbare l’interlocutore; un tratto non estraneo, naturalmente, al suo successo di manager culturale.

Continua Lagioia: «Quando il turismo diventa overtourism è abbastanza complicato mantenere la propria identità culturale, o addirittura maturarne una. Faccio l’esempio della Puglia, un posto che conosco bene: con Leogrande, prima che morisse, ragionammo in merito al boom della Puglia e della Basilicata, uscite dal loro cono d’ombra, dicendo che questi territori tutto sommato si erano abbastanza ben protetti. La Puglia non era diventata Puglia-shire come il Chianti-shire. Dopo dieci anni devo dire che non è così: una serie di borghi o sono del tutto trascurati, oppure se hanno successo – penso a Monopoli, Gallipoli – arriva un turismo che è overtourism, e che alla lunga sfigura i luoghi».

Ammesso che si sia verificato un tradimento della impostazione originaria, come dunque è avvenuto? Chi sono i responsabili? Lagioia naturalmente non lo dice. Si affretta invece a concludere il ragionamento: «[Il deturpamento per eccesso di turismo] è anche quello che è successo a Matera, che è diventata capitale europea della cultura cogliendo una grande occasione di rinnovamento. Poi è diventata, però, una meta turistica e ha cessato di essere un luogo di produzione culturale. Ma questo non è colpa di nessuno, sono movimenti che non puoi respingere, ti portano un sacco di vantaggi; però è complicato, perché in alcune zone gli stessi abitanti non possono comprare casa perché i turisti nord-europei o americani fanno lievitare i prezzi e uno si ritrova spazzato fuori dalla terra in cui è nato e cresciuto e in cui i genitori avevano casa».

Di nuovo, come è successo? Come Matera si è trasformata in questi anni in una scenografia simulacrale e nauseante? Lagioia rassicura: non è colpa di nessuno. Anziché vagliare le cause e indicare i responsabili, l’intellettuale neoliberale riconosce, nemmeno troppo a malincuore, che there is no alternative.

Certo, è pur sempre una cerimonia per piccole, potenti lobby piemontesi. Può capitare che uno scrittore si trovi impigliato in eventi mondani e diffonda vuote sciocchezze e non v’è ragione per essere moralisti. Tuttavia credo che la prefazione a Cristo si è fermato a Eboli e le frasi proferite al Polo del ’900 definiscano il pensiero già consolidato di Lagioia in merito alla configurazione contemporanea della questione meridionale. Spesso lo scrittore si è espresso sulla possibilità di una “rivoluzione” a sud e sugli effetti del turismo. In almeno due occasioni – un articolo per Lucy sulla cultura e uno scritto per The Passenger – Lagioia ha ragionato sulla convergenza tra questi temi, mostrando le relazioni tra la “primavera pugliese” di Vendola e la svendita turistica del territorio.

Lagioia ha scritto su Lucy sulla cultura questo gennaio a proposito della “primavera pugliese cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi Vendola presidente della Regione nel 2005”. Ne riporto un brano: “La primavera pugliese non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale […] rischia di trasformarsi, anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è ‘cultura’ (la masticazione del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo […]), e una linea di pensiero mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti, penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa di diverso con la ‘piccola primavera’ lucana conseguente all’elezione di Matera Capitale europea della cultura”.

Ancora una volta manca un’indagine delle cause. Non credo che la morte prematura di alcuni intellettuali possa spiegare un fenomeno così complesso. Di certo Lagioia non si assume la responsabilità di menzionare i responsabili delle derive che si osservano in Puglia e Basilicata. Tanto meno ardisce a domandarsi se la “primavera pugliese” mostrasse sin dall’origine i segnali della sua evoluzione, a partire dalla qualità e dalle ambizioni della stessa dirigenza politica – quella di Vendola – che ha contribuito ad avviarla.

Lagioia è ancora più cauto sul numero di The Passenger dedicato alla Puglia uscito nel giugno del 2025: “A differenza di ciò che è successo in altre regioni meridionali, la ‘primavera’ in Puglia non è regredita nell’autunno di uno scontento generalizzato, o in un inverno con poche speranze. Rischia però adesso di sfociare in un’estate troppo torrida. L’impetuosa sovraesposizione ha attirato un’attenzione (cioè un turismo) che arriva a ondate impetuose. Non è di per sé una cattiva notizia, ma è chiaro il rischio. Il turismo, nella Puglia di questi anni, non è stato semplicemente una risorsa. È stato una valanga che da qualche anno rischia di eclissare (o soffocare?) ogni altra esperienza produttiva, ogni altra fonte di ricchezza, sia economica che culturale. Se il turismo diventa l’ultima spiaggia di chi rinuncia ad altre scommesse […], allora dottor Jeckyll diventa mister Hyde e l’overtourism minaccia di uniformare tutto, e di spolpare l’osso – a lungo, per bene – prima di risputarlo a terra”. Emergono la stessa cautela, la medesima mancanza di mordente intravista oggi al Polo del ’900. Lagioia si presenta come una figura dei nostri tempi: l’intellettuale perspicace ma accorto, abile a posizionarsi sul mercato delle simbologie politiche; impegnato in tematiche d’attualità, ma in modo così blando, etereo, vago, da non pestare mai, davvero mai, i piedi ai potenti che respirano la sua stessa aria.

Noto un’abitudine linguistica nell’ultimo brano citato: l’uso reiterato, e per questo inconsapevole, del termine “rischio”, sia come sostantivo che come forma verbale. Gli effetti negativi del capitalismo estrattivo sono “rischi”, ovvero fenomeni che potrebbero accadere, che pare accadano o forse accadranno. L’intellettuale timoroso vede i rischi, sommessamente ci avverte, ma riconosce anche le buone ragioni di quelle classe dirigenti che producono il disastro al fine di lucrare. Si chiude così il testo scritto per The Passenger: “Rischiamo di precipitare nel Puglia-shire, di diventare l’Eldorado pensionistico in cui legioni di facoltosi cittadini americani e cinesi (e russi, e sauditi) vorranno trascorrere nei prossimi anni la loro vecchiaia?”.

Non vorrei essere frainteso. Non intendo sminuire il lavoro intellettuale di Lagioia: non credo sia ingenuo, né credo sia così impaurito dal potere come lascia intendere. L’intellettuale timoroso è in realtà una figura scaltra che gioca una strategia tutta personale, una strategia efficace, entro i meccanismi della riproduzione culturale. In caso contrario non avrebbe diretto per anni il Salone del libro di Torino, apprezzato da tutte le classi dirigenti di questa città. Forse l’intellettuale timoroso sa, conosce i nomi dei responsabili, e possiede più dati sul ruolo concreto delle élite di quanti possiamo averne noi. L’intellettuale timoroso sa, per esempio, che il promotore della candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019 fu Paolo Verri, liberale torinese (appunto) e già direttore del Salone del libro negli anni Novanta. Sa che Verri prepara da anni la stessa operazione su Torino affinché divenga capitale europea della cultura nel 2033. Credo che conosca i “rischi” di tale candidatura, può certo prevedere gli effetti di un’eventuale vittoria e il ciclo di angherie e di espulsioni che si abbatterà su Porta Palazzo, area urbana che accoglierà gli eventi di Torino 2033. Certo l’intellettuale timoroso sa che il braccio destro di Verri a Matera 2019 era Agostino Riitano, poi direttore di Procida capitale italiana della cultura e adesso coordinatore della candidatura di Torino per il 2033. L’intellettuale timoroso potrebbe avvertirci dei pericoli che corriamo e con agio potrebbe indicare i responsabili, ma – ormai sarà chiaro a chi legge – non lo farà. (francesco migliaccio)

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