Arte, amore e rivoluzione. Una mostra antologica sui cinquant’anni del Laboratorio di Nola

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Arte, amore e rivoluzione. Una mostra antologica sui cinquant’anni del Laboratorio di Nola
(disegno di irene servillo)

La cosa che ci piaceva di più è avere un rapporto vero con gli altri artisti… perciò io li amo tutti, anche quello più giovane, che si avvicina a questo mondo e che ha delle cose da dire, è uno che poi appartiene a questo nostro mondo, che è fatto di rapporti umani… e di amore. [Vittorio Avella]

Il 17 di aprile presso i locali dell’Archivio di Stato di Napoli inaugurerà una importante mostra antologica sull’attività editoriale de Il Laboratorio di Nola, un soggetto tra i più significativi a livello nazionale e internazionale per una vasta serie di ragioni, che vanno dall’unicità dei suoi prodotti a tiratura limitata alla postura culturale, alla missione che si è dato. Ma il Laboratorio è anche una stamperia d’arte tra le più importanti al mondo e infine, ma non meno importante, un luogo di incontro, formazione, socialità, accoglienza.

In quarantacinque anni di militanza il Laboratorio ha messo insieme anarchici, vagabondi, patafisici, ricercatori estetici, i mille altri che attraversano il mondo dell’arte, e che nell’arte cercano un posto nel mondo. Coerentemente con questa filosofia, le iniziative del Laboratorio sono veri e propri happening, come la Festa del Merlo, l’appuntamento che ogni anno da trent’anni porta in un cortile della provincia napoletana artisti e poeti da tutto il mondo con l’idea dell’arte come strumento di condivisione e cittadinanza.

Ho avuto la fortuna di vivere le mille anime del Laboratorio in quanto autore di un documentario, Il Laboratorio (Lapej, 2024, 65’). Nei due anni in cui ho lavorato al progetto insieme a Daniela Allocca, non sono mancati gli incontri, i caffè, le scoperte, ma soprattutto è la prima volta in cui risconto un sentimento unanime verso il tema che racconto: dagli artisti delle controculture cittadine alle star dell’arte contemporanea internazionale, ai poeti, agli scrittori, non ho mai sentito altro che non fosse stima e amore nei confronti del Laboratorio e i suoi fondatori, Vittorio Avella e Tonino Sgambati. Vivendo questi due anni d’amore per e con il Laboratorio, ho capito alcune cose, che provo a mettere insieme:

Si può fare arte contemporanea seguendo un’idea politica
Come afferma Goffredo Fofi all’interno del film, l’opera del Laboratorio è stata in grado di incarnare all’interno dell’oggetto (e del processo) artistico i valori delle rivoluzioni, a partire da libertà, eguaglianza e fraternità. Non a caso, nella stampa d’arte la creazione è sempre co-creazione: non solo tra l’artista e lo stampatore, ma anche tra gli operai della cartiera che hanno prodotto quella carta, l’editore, il designer che ha progettato la collana all’interno della quale uscirà quell’edizione, il poeta che mariterà i suoi versi con il segno grafico. Nella storia del Laboratorio questa co-creazione è un’ibridazione tra arte, politica, spazio e tempo, all’interno della quale il processo creativo coincide con la vita stessa, come racconta Tonino Sgambati: “Non abbiamo mai avuto clienti, nessuno qui si è mai sentito un cliente. La nostra piuttosto è stata un’impresa, nel senso letterale del termine, abbiamo avuto i cavalieri, le armi, gli amori, le audaci imprese… perché fare un libro è anche un’esperienza esistenziale”.

È in virtù di questo atteggiamento esistenziale che i prodotti del Laboratorio sono politica anche quando non parlano direttamente di politica, riuscendo a porre in essere un cambio di paradigma decisivo: dall’arte che parla di politica a fare arte in maniera politica, a fare del proprio essere nel mondo esso stesso politica.

È un avamposto contro la turistificazione della città storica
Un altro tema emerso durante la lavorazione del film è stato quello del ruolo che i laboratori artistici hanno assunto in questi anni come possibile necessario argine alla monocultura turistica nella città storica di Napoli. Spazi di pensiero laterale, dove non si vende nulla (o non esclusivamente), ma in cui silenziosamente si costruisce un mondo diverso, attraverso la più rivoluzionaria delle attività: lavorare insieme. Di tutti questi luoghi di ozio, creatività e cultura materiale il Laboratorio è stato il più utopico. A Napoli oggi questi luoghi sono messi a repentaglio da un turismo acefalo, eterodiretto dalle piattaforme e ossessionato dal cibo che sta desertificando un territorio storicamente straripante di vitauna teoria di pizzerie e friggitorie ha preso il posto di tutto il resto, con ovvie implicazioni sulla produzione culturale e sulla qualità del vivere. Proprio per questo, l’artista può contribuire a migliorare l’ecosistema in cui vive, e in questo senso l’esperienza del Laboratorio è stata anche una riflessione sul ruolo dell’artista nella società. Nell’attraversare cinquant’anni di arte contemporanea Avella e Sgambati hanno messo al centro del loro operare l’incontro, la rete, contribuendo a rendere migliore l’ambiente in cui hanno operato, portando l’arte anche dove non c’era, come nell’esperienza con l’Istituto Patafisico Partenopeo sul Vesuvio, e dando la possibilità a tanti giovani artisti di confrontarsi e imparare un linguaggio.

Si può fare arte senza prostituirsi alle logiche di mercato
Nel 1978 Avella e Sgambati fondano Il Laboratorio con in testa un’idea rivoluzionaria: mettere il proprio ingegno al servizio della realizzazione di lavori altrui. Una scelta di vita che è un manifesto politico e che scompagina i ruoli del processo creativo autoriale, con leggerezza e voglia di giocare, azzerando le gerarchie. Lo dice Avella all’inizio del film, quasi in forma di epigrafe: “La stamperia è la stamperia, e tutti gli artisti sono uguali. Tutto il nostro impegno è uguale. Sia per un giovane sconosciuto, che per l’artista famoso, questa è una regola”. E ancora: “È avere la voglia di contrapporre un mercato al mercato, di fare delle azioni contro il mercato che potessero cambiare l’idea delle persone… poi il mercato fino a un certo punto, comunque è il tempo il vero giudice. Però… si combatte ancora”.

Infine il punto più importante, quello che rappresenta in qualche modo la sintesi di tutti gli altri: se vuoi custodire il sogno, il sogno di fare l’artista, devi farne una ragione di vita e un progetto politico. Pagherai un prezzo, ma ne varrà comunque la pena. (pasquale napolitano)

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