
Tra gli utenti libici dei social media, un video girato all’interno del carcere dell’Ucciardone di Palermo ha raccolto, nei giorni scorsi, decine di migliaia di visualizzazioni. Nel filmato, girato circa due settimane fa, Mohanned “Jarkass” Khashiba*, trentenne, detenuto in Italia da oltre undici anni, annunciava una protesta per chiedere certezze rispetto alle possibilità e alla data del rimpatrio, suo e di altri due cittadini libici reclusi in Italia, Mohammed Mezgui e Tarek Laamami.
Nel filmato, il trentenne appariva in primo piano, con il volto segnato dalle occhiaie. Sosteneva di aver minacciato il suicidio, di essere stato trasferito in isolamento dopo aver avuto dei problemi con le forze dell’ordine all’interno del carcere, di aver iniziato uno sciopero della fame e della sete (attualmente sospeso, ndr). A colpire l’opinione pubblica libica sono stati in particolare gli ultimi fotogrammi, in cui l’uomo si mostra, per qualche secondo, con le labbra cucite in segno di protesta. Pur consapevole di stare compiendo “un gesto sbagliato dal punto di vista religioso”, come ha detto nel video, Khashiba è apparso esasperato: «Dopo undici anni di prigione e tre anni di promesse – ha sospirato, in arabo, nella telecamera – basta».
«Lui è alla nona sezione», ha spiegato il garante delle persone detenute per la città di Palermo, Pino Apprendi, dopo averlo visitato in carcere. «La nona è la sezione di coloro che hanno provvedimenti disciplinari. Non ha mai avuto una manutenzione, andrebbe chiusa, è piena di umidità, di difficoltà, ci sono quelli con l’articolo 14 che vanno in punizione, ci sono quelli con problemi psichiatrici. È un inferno vero e proprio». Tuttavia, e Apprendi ci tiene a sottolinearlo, la protesta di Moahnned non è stata rivolta contro il carcere italiano, ma contro le autorità libiche, affinché prendessero in carico la situazione e sbloccassero la procedura di rimpatrio.
Nel giro di poche ore dalla diffusione della notizia dello sciopero della fame, singoli e organizzazioni libiche di vario genere si sono pronunciate in solidarietà con Khashiba e con gli altri suoi connazionali reclusi: un fatto inusuale per un paese segnato da una chiusura totale degli spazi di libertà di espressione e di difesa dei diritti delle persone.
Quando lasciò il paese, nel 2015, a vent’anni, Mohanned Khashiba era una giovane promessa del calcio libico: sembra che il suo soprannome fosse “Maradona”, forse anche per una certa somiglianza fisica, e che già da giovanissimo giocasse ad alti livelli, arrivando a essere convocato anche nella nazionale Under 21.
Non a caso, in favore di Mohanned Khashiba e degli altri calciatori incriminati con lui si sono mobilitati, nei giorni scorsi, anche gli ultras dell’al-Ittihad, uno dei due maggiori club di Tripoli, che hanno manifestato davanti all’ambasciata d’Italia con fumogeni e striscioni: “Libertà per i nostri giocatori nelle carceri italiane”, recitava uno di questi.
Khashiba e Laamami fanno parte di un gruppo di calciatori coinvolti nel caso del naufragio del 13 agosto del 2015. Fu un massacro: quarantanove persone morirono asfissiate nella stiva di un’imbarcazione sovraccarica .
Il processo per quella strage, che ha coinvolto otto persone di diverse nazionalità, fu molto discusso sin dal primo grado per essere stato condotto in maniera superficiale, sulla base di prove raccolte in modo frettoloso e strumentale. Mohanned Khashiba, che per la difesa era un passeggero come gli altri e voleva tentare una carriera da sportivo in Svezia, è tuttora condannato a trent’anni, accusato di essere uno dei cosiddetti “scafisti”. Nel suo gruppo, altre tre persone hanno avuto la stessa condanna, mentre la più nota, Alaa Faraj, conosciuto anche per aver raccontato la sua storia in un libro, ha ottenuto una grazia parziale dal Quirinale, accedendo a misure alternative alla detenzione.
Il capitano dell’imbarcazione su cui viaggiavano i calciatori, condannato con sentenza definitiva a sedici anni, «ha sempre dichiarato di essere l’unica persona che guidava l’imbarcazione», spiega l’avvocato che difende Khashiba, Antonio Pecoraro. «La vicenda – aggiunge – è confermata anche da altri passeggeri che abbiamo sentito, la cui testimonianza stiamo cercando di utilizzare a supporto di una nuova istanza di revisione».
Attualmente, la preoccupazione più urgente è che il trentenne possa ricominciare il digiuno o ripetere atti di autolesionismo. Le ultime visite e le rassicurazioni dei diplomatici libici al momento lo hanno rincuorato, spiega l’avvocato, ma la situazione potrebbe peggiorare nuovamente se non otterrà risposte nel giro di qualche giorno.
Secondo il governo di Tripoli, le richieste di autorizzazione al trasferimento dei prigionieri libici sono attualmente al vaglio della magistratura italiana.
«È un caso scomodo per le attuali autorità italiane», commenta Claudia Gazzini, studiosa esperta di Libia che si è a lungo occupata della vicenda dei calciatori, aiutando anche la famiglia di Mohannad a fargli arrivare regali e vestiti all’Ucciardone. «Dare l’impressione di fare uno sconto, o dare un’agevolazione, facendo tornare in Libia questi ragazzi che, ufficialmente, sono stati condannati e visti dall’opinione pubblica come scafisti… non è un immagine che fa piacere al governo italiano. Ma noi sappiamo che sono innocenti», aggiunge.
Khashiba, Mezgui e Laamami chiedono di avvalersi di un recente accordo sullo scambio di detenuti tra Roma e Tripoli approvato l’anno scorso dalle camere. Sebbene possa andare incontro all’interesse personale dei tre, l’intesa è guardata con sospetto da una parte della società civile italiana, che teme possa aprire la strada al rimpatrio forzato di altre persone, in particolar modo dissidenti o altri detenuti politicamente più esposti. D’altra parte, nel caso sollevato da Khashiba – che mentre era in carcere ha perso sua madre senza poterla mai rivedere – l’accordo consentirebbe almeno di ricevere le visite di parenti e amici e di scontare la pena in un contesto generalmente più familiare e favorevole, anche sul piano dell’opinione pubblica.
Il vero problema, spiega Sara del circolo Arci Porco Rosso di Palermo, che segue il caso da anni, «è che queste persone sono state condannate a trent’anni in Italia sulla base del nulla. Loro hanno ricevuto pene particolarmente alte, ma sono migliaia le persone arrestate con accuse simili. L’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione, che incrimina il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ed è tra i capi di imputazione per il gruppo dei calciatori libici, non dovrebbe proprio esistere. Le persone non dovrebbero essere incarcerate solo per aver aiutato sé stesse e altre ad attraversare una frontiera chiusa». (giulia beatrice filpi)
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*I dati anagrafici di Mohanned Khashiba e degli altri detenuti presentano qualche incoerenza e differenza a seconda delle fonti consultate

