In Svezia il capitale sposa l’estrema destra con le elezioni alle porte

in-svezia-il-capitale-sposa-l’estrema-destra-con-le-elezioni-alle-porte
In Svezia il capitale sposa l’estrema destra con le elezioni alle porte
(disegno di guerrilla spam)

Il primo aprile Ulf Kristersson, primo ministro svedese e leader del Partito moderato, ha annunciato che, in caso di vittoria del centrodestra (ormai poco di centro e molto di destra) alle elezioni politiche previste per il 13 settembre, i Democratici di Svezia, partito nato nel 1988 da ambienti razzisti e neonazisti, non solo entreranno nel governo ma otterranno ministeri chiave: quelli dell’immigrazione e dell’integrazione. Due settimane prima erano stati i Liberali a comunicare il loro via libera all’alleanza di governo con i suprematisti, rifiutata categoricamente ancora l’ottobre scorso; la svolta ha provocato una ribellione interna, ma alla fine è stata approvata.

Gli ultimi, e ipocriti, residui di “cordone sanitario” – l’esclusione dal salotto buono della politica di una formazione a lungo considerata, da tutti i partiti, incompatibile con i princìpi svedesi – si sono così sbriciolati. Gli antidoti al dilagare della xenofobia che il paese credeva di possedere, dall’alto della sua presunta superiorità non solo sull’Europa meridionale, ma anche sugli altri paesi nordici, si sono rivelati castelli di sabbia. Del resto, anche se i Democratici di Svezia sono entrati in parlamento nel 2010 l’ostilità verso le persone immigrate serpeggiava nel paese fin dall’inizio degli anni Novanta (non a caso il loro ingresso nelle amministrazioni locali data al 1994). La crisi dei rifugiati del 2015 ha poi rotto ogni argine.

Jimmie Åkesson, che del partito suprematista è il leader incontrastato dal 2005, ha seguito la stessa traiettoria bifronte di Giorgia Meloni: accreditarsi come conservatore pragmatico nelle istituzioni, disposto ad accantonare (solo temporaneamente, beninteso) alcune delle proposte più controverse, e insieme dare libero sfogo al sessismo e razzismo della sua truppa nella società civile. Gli SD sono così passati dal 5,7% del 2010 al 17,5% del 2018, per poi diventare, nel 2022, il partito più votato dopo quello socialdemocratico (che da oltre un secolo è quello che raccoglie più consensi), nonché primo del centrodestra, superando, con il 20,5% dei voti, i Moderati (19,1%), che detenevano il primato nella coalizione dal 1979. 

Al successo di Åkesson ha certo contribuito l’ascesa globale dell’estrema destra, ma la “normalizzazione” della Svezia – evidente anche nell’isteria bellicista e atlantista scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina – fa rumore, perché si tratta di un paese governato per lo più dal Partito socialdemocratico. Per permanenza al potere (dal 1932 al 2022), percentuale media di voti (fino ai tardi anni Novanta sopra il 40%) e risultati ottenuti (un welfare universalistico e politiche del lavoro ammirate in tutto il mondo), la traiettoria storica della socialdemocrazia svedese non ha eguali. L’altra faccia della medaglia del patto tra capitale e lavoro alla base del “modello svedese” è stata la neutralizzazione del conflitto sociale, con una marcata istituzionalizzazione dei movimenti, innanzitutto quello operaio; un dato, questo, che aiuta a spiegare la scarsa resistenza prima all’avvento del neoliberalismo e ora alla sua torsione autoritaria.

Lo sdoganamento dei suprematisti comincia nel gennaio 2017, quando l’allora leader del Partito moderato, Anna Kinberg Batra, apre a una collaborazione in parlamento (ma non in un futuro governo). La sua uscita provoca un tale scandalo (con conseguente calo del partito nelle intenzioni di voto) da costringerla alle dimissioni. Il suo successore, Kristersson, inizialmente ribadisce la fedeltà al cordone sanitario, escludendo categoricamente qualsiasi accordo; tuttavia, dopo le elezioni del 2018 (perse anch’esse, dopo quelle del 2014) lo sfaldamento dell’alleanza di centrodestra, a causa della decisione dei Liberali e del Partito di centro di sostenere un governo socialdemocratico di minoranza, lo induce a intavolare un “dialogo costruttivo” con il partito-paria, diventato ormai il convitato di pietra della strategia per il ritorno al potere.   

Un mese dopo le elezioni del 2022, la coalizione di centrodestra – che ha recuperato i Liberali, ma non i Centristi – annuncia di aver sottoscritto l’Accordo di Tidö (dal nome del luogo dove è stato siglato) con i suprematisti. Il patto prevede che il governo sia formato da Moderati, Liberali e Cristianodemocratici e guidato da Kristersson, mentre i Democratici di Svezia ne rimangono fuori, pur essendo stati i più votati. Åkesson e i suoi la fanno passare come una discriminazione che accettano per realismo (“il paese non è ancora pronto”), ma in verità si tratta di una posizione molto vantaggiosa: non si sporcano direttamente le mani e ottengono, in cambio dell’appoggio esterno (essenziale alla sopravvivenza dell’esecutivo), posti chiave nelle istituzioni e soprattutto il potere di dettare l’agenda del governo sulle materie concordate nel documento; a cominciare, naturalmente, da immigrazione e criminalità, di fatto ormai equiparate, sfruttando l’allarme per il fenomeno delle gang giovanili, la cui manovalanza è costituita da immigrati di seconda generazione. Anziché intervenire sulle cause del loro disagio, il nuovo governo sceglie la stretta repressiva (che peraltro colpisce anche l’attivismo, in particolare quello a sostegno della Palestina), integrata dall’introduzione di criteri più restrittivi sia per il diritto d’asilo che per l’immigrazione economica. 

E gli avversari del centrodestra? Da anni i socialdemocratici, al governo come all’opposizione, fanno di tutto per dimostrare di essere più realisti del re – dove il realismo è quello del tecno-capitalismo xenofobo. In parlamento il partito guidato da Magdalena Andersson appoggia quasi sempre le proposte della maggioranza in materia di politica penale, migratoria ed estera; l’adesione alla Nato, impresa mai riuscita al centrodestra, è stata promossa proprio dai socialdemocratici, che sostengono incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina fino a una vittoria dai contorni indefiniti. Quanto al genocidio del popolo palestinese, è stato riconosciuto tardivamente e con molta cautela.

Il Partito della sinistra ha sposato totalmente il regime di guerra, nella speranza di ottenere un ministero in un eventuale prossimo governo di centrosinistra (richiesta che sia i Socialdemocratici sia il Centro hanno rispedito al mittente); la sua leader, Nooshi Dadgostar, ha dichiarato che è giusto dare la vita per il proprio paese (nell’imminenza di una guerra contro la Russia…). Il suo patriottismo non trova riscontro in una recente ricerca condotta su oltre 100 mila giovanissimi che a breve cominceranno la trafila (obbligatoria) per la selezione di alcune migliaia di effettivi dell’esercito. Sette ragazze su dieci hanno risposto di essere indisponibili a combattere, in caso di guerra, con argomenti che vanno dalla nonviolenza al rifiuto di sacrificare la propria vita per un’entità astratta come lo Stato. Non bastasse il bellicismo russofobo, l’incapacità di Dadgostar di farsi portavoce del disagio giovanile (e non solo) è palese nella posizione ambigua sul genocidio in Palestina: la condanna di Israele non le ha impedito l’espulsione di esponenti del partito schierati al fianco della resistenza palestinese.

L’esito delle elezioni di settembre è al momento molto incerto. Il definitivo sdoganamento dei suprematisti da parte dei tradizionali partiti di centrodestra può essere la carta vincente per mantenere il potere, a fronte di una coalizione rossoverde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) molto divisa al suo interno, soprattutto su clima, immigrazione e politica economica. Dall’altro lato, in una parte dell’elettorato di centrodestra l’alleanza con i Democratici di Svezia continua a suscitare un malumore che potrebbe riflettersi in un calo dei Liberali, e forse degli stessi Moderati.

Per niente scandalizzata è la Confindustria svedese. La riprova del fatto che la classe dominante ha deciso di fare del partito di Åkesson il suo referente politico, senza più alcun infingimento, è una pubblicazione uscita nel settembre dello scorso anno, Tidö 2.0. Un nuovo inizio per la Svezia. A firmarla sono due think tank, Timbro e Oikos, rispettivamente della Confindustria e dei Democratici di Svezia; il matrimonio ufficiale tra capitale e suprematismo si è consumato lì. Dopo aver precisato che le due organizzazioni hanno “premesse ideologiche diverse”, liberali per Timbro e conservatrici per Oikos, viene enfatizzato il comune, grande amore di entrambe le tradizioni di pensiero per la libertà. È proprio questo principio a ispirare l’ambizioso programma di riforme che viene presentato. Al governo in carica viene riconosciuto il merito di aver invertito “un processo che per molto tempo era andato nel verso sbagliato”, anche se non si capisce in che cosa consistano i successi di Kristersson, dal momento che il suo esecutivo non è riuscito, con l’approccio law and order, a debellare la criminalità giovanile – cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2022 – né a ridurre la spesa pubblica, che anzi è aumentata per finanziare il riarmo; per tacere del clima, su cui la Svezia ha registrato uno sconcertante arretramento.

Ora si tratta di osare ancora di più, scrivono gli autori del documento, incentrando il nuovo corso sull’iniziativa e la responsabilità individuale, ovvero ridimensionamento di tutto ciò che è pubblico (welfare, cultura, aiuti internazionali), privatizzazioni e deregulation (anche degli affitti), ulteriore precarizzazione del lavoro, enfasi sulla natalità e la famiglia, equiparazione a potenziali criminali delle persone migranti.

Qualche segnale di rifiuto delle misure xenofobe più indecenti del governo si è visto, negli ultimi mesi, per esempio in occasione dell’espulsione di giovani di famiglia immigrata che, compiuti i diciotto anni, non sono più coperti dal permesso di soggiorno dei genitori e, se privi dei requisiti di reddito per la residenza, possono essere deportati nel paese di origine dei genitori, dove spesso non hanno mai messo piede; una norma aberrante, introdotta peraltro nel 2016 dai Socialdemocratici. Dopo le polemiche, Åkesson ha battuto in ritirata, contando sulla sua prossima partecipazione al governo per applicarla senza freni, così come tutto il repertorio della remigrazione (trasformazione dei permessi di soggiorno permanenti in temporanei, incentivi al rimpatrio “volontario”, revoca della cittadinanza [sic], e via dicendo).

Nonostante le proteste di diverse amministrazioni locali (anche di centrodestra), dipendenti pubblici e giovani contro il razzismo istituzionalizzato, a ora mancano movimenti di massa che possano sfidare l’appiattimento di quasi tutto l’arco politico su programmi e (dis)valori che hanno raso al suolo l’egualitarismo, il femminismo e la solidarietà di cui il paese andava fiero (non senza ipocrisie). Il tempo del conflitto sociale è ora; se vincerà la “nuova” Svezia auspicata da padroni e suprematisti, esso non sarà nient’altro che un’eccedenza di cui sbarazzarsi. (monica quirico)

Related Post