La sesta luna
era il cuore di un disgraziato,
che maledetto il giorno che era nato
ma rideva sempre.
(lucio dalla, l’ultima luna)
Una delle cose più importanti che ho imparato nella vita è sapersi fermare in tempo, che è ben altra cosa dal riuscire effettivamente a mettere in pratica con regolarità questo fondamentale precetto. Il mio terapeuta dice sempre, però, che la consapevolezza è la cosa più importante.
Una volta, quando ero ragazzo, lasciai una fidanzata a cui tenevo molto perché non mi piaceva più come andavano le cose, e pensavo che a vent’anni non ha senso stare insieme se non si è più innamorati. Qualche anno dopo fui tra i più determinati, tra i compagni di un collettivo di cui facevo parte, a spingere per il suo scioglimento, con sacrificio enorme ma perché il progetto politico che portavamo avanti ci sembrava al capolinea. Un’altra volta in un casinò in Inghilterra riuscii a smettere di giocare a Black Jack contro un indiano che tirava fuori pacchetti da cinquanta sterline come fossero fazzolettini Tempo.
Da qualche anno la linfa che tiene in vita il giornale è costituita dal lavoro collettivo di una dozzina di persone […] che si adoperano quotidianamente per scrivere, disegnare, organizzare e propagandare il giornale, facendo come se. Come se a fine mese qualcuno li pagasse. Come se si rivolgessero a migliaia di lettori. Come se dal loro lavoro ben fatto dipendesse l’orgoglio e la dignità di una comunità più ampia. È una redazione giovane, e sebbene molti dei suoi membri non si curino troppo dell’esistenza di un ordine professionale, sono già tra i migliori giornalisti in città: capaci di scrivere in italiano e non nel gergo autoreferenziale della categoria, con pochi riguardi per il potere e molta curiosità, buone dosi di ironia, perseveranza e sensibilità, ma soprattutto non si prendono troppo sul serio. Forniti di mezzi adeguati sarebbero in grado di tenere in pista un periodico ben più attrezzato di questo. Purtroppo, i mezzi scarsi a nostra disposizione, uniti all’indole aristocratica e all’idiosincrasia verso il marketing, ci impediscono di raggiungere un pubblico più vasto di quello che la qualità del giornale reclamerebbe. Questa circostanza annacqua le ambizioni del gruppo e lo condanna a esprimersi al di sotto delle sue potenzialità. […]I limiti che ci frenano non sono di idee o di capacità ma esclusivamente di disponibilità economica. Nell’anno che viene, cercheremo le risorse necessarie per ridurre la periodicità, aumentare la tiratura e potenziare la distribuzione del cartaceo, e al tempo stesso per dare autosufficienza economica alla redazione. […] È probabile, conoscendo il panorama, che non ci riusciremo. Sarà allora il momento, per i nostri pochi ma tenaci lettori, di rilegare la collezione e infilarla nello scaffale che l’attende da tempo; i lettori occasionali si ritufferanno nella brodaglia dell’informazione cittadina, e anche i nostri redattori dovranno rientrare nei ranghi, chi alle calcagna di qualche tristo professore di università, chi a scrivere su qualche gazzetta dell’ultima polemica tra de Magistris e Saviano, chi a sognarsi scrittore o poeta. Prospettive che non augureremmo a gente con meno talento del loro. E che faremo il possibile per scongiurare. (luca rossomando-cyop&kaf, fare come se – dal n.45 / gennaio 2012 di napolimonitor)
Forte anche di una concorrenza tutt’altro che agguerrita (ho visto quattro dei cinque film finalisti e solo uno era bello), Le città di pianura di Francesco Sossai si è aggiudicato i più importanti premi all’ultimo David di Donatello. È un film crudo e poetico, che tiene dentro umanità, insicurezze, traumi ed emozioni su un duplice sfondo: quello di due vite passate senza che i loro protagonisti si rendessero troppo conto del trascorrere del tempo, e di una pianura così orizzontale da trasformare un racconto on the road in una saga dal finale sempre aperto. In questa ciclicità tutt’altro che rassegnata, senza stare troppo a pensarci, i due antieroi si sottraggono alla norma di un non-luogo produttivo, e scelgono la felicità nella diserzione.
«Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate».
«Eh».
«Ma era il segreto del mondo-mondo? O del vostro mondo?».
«E che differenza c’è?».
«’Nfatti».
(dialogo tra carlobianchi e giulio, le città di pianura)
Oltre alla diserzione come metodo, a muovere Le città di pianura, e in fin dei conti ogni gesto dei personaggi del film, c’è l’ossessione di Doriano e Carlobianchi per il bicchiere della staffa, l’ultimo prima di andare via. Lo sanno benissimo che tra il “qui e ora” e l’ultimo bicchiere c’è sempre qualcosa che può succedere, che può deludere o svoltare, tenere lontani da casa o trascinarvici barcollando, in silenzio tra braccia amiche, o soli cantando a squarciagola. Chi ama bere sa alcune cose che gli altri non sanno, tipo che l’ultimo è una frontiera costruita per essere violata.
Tenevo ‘a fede e ‘a fede aggio perduto.
Ero guaglione e mo’ me so’ ‘nvicchiato.
Ce steva ‘na perzona e se n’è ghiuta.
Era ll’ammore e ‘ammore m’ha lassato.
E ce bevimmo acopp’… e cu salute! […]
Embé, cu ‘na penzata ‘e bello,
mo’ ca ‘o locale ‘nzerra a tarda sera,
….‘na botta ‘e curtiello!
Sott’a ‘stu scemo ‘e core e bonasera.
E currite… chiammate ‘o canteniere!
No, nun è niente: è’ l’urdemo bicchiere.
(anepeta-letico, l’urdemo bicchiere)
È molto difficile, di norma, far capire alle persone che fare bene è importante, ma tra il fare male e il non fare, la seconda è sempre l’opzione da preferire. È ciò che in molti pensiamo – anche se il Mondo non è pronto ad accettare questa verità, e quindi lo diciamo un po’ sottovoce – rispetto a quanto sta accadendo a Bagnoli. Certo, vogliamo la spiaggia libera, il mare pulito, il bosco nell’ex area industriale. Ma se devo scegliere tra una colata di cemento, un porto super-inquinante, una villa comunale piena di ristorantini e gli scheletri delle ex fabbriche, mi tengo volentieri questi ultimi. D’altro canto, è il tentativo a mantenerci vivi, e l’errore è l’unico elemento, in assenza di genialità, a permettere di aggiustare il tiro. L’importante è procedere con metodo e accettare – quando il momento è giunto – la battaglia in campo aperto, mettendo in conto la possibilità di una sconfitta.
Le scienze naturali, come pure le scienze sociali, partono sempre da problemi; da ciò che in qualche modo suscita la nostra meraviglia, come dicevano i filosofi greci. Per la soluzione dei problemi le scienze utilizzano fondamentalmente lo stesso metodo, quello usato dal comune buon senso: il metodo del tentativo e dell’errore. Detto più precisamente: è il metodo consistente del proporre tentativi di soluzione del nostro problema, e nell’eliminare le soluzioni false come erronee. Questo metodo presuppone che noi lavoriamo con un gran numero di tentativi di soluzioni. Una soluzione dopo l’altra viene messa a prova ed eliminata. (karl popper)
Con questa ultima puntata va in pensione “La parola della settimana”, divertissement che ho pubblicato per novantadue domeniche da inizio 2024, prima di non averne più voglia. A qualche lettore mancheranno le futili elucubrazioni, le storie di vita e le tirate inutilmente polemiche di questa rubrica. Altri non leggeranno mai questo testo e non si accorgeranno del cambiamento. Tra qualche tempo, con ogni probabilità, mi inventerò qualcos’altro per colmare l’horror vacui del mio poco tempo libero, o semplicemente per complicarmi la vita. Ricominciando per scommessa, perché un giorno ho creduto che una certa cosa andasse fatta, l’ho fatta e l’ho continuata a fare fin quando ho creduto opportuno.
C’era un brav’uomo, nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di fatica. Io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine. Lui portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva male la schiena. Allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa. E scommettevo con me stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia. (paul, ultimo tango a parigi)
a cura di riccardo rosa

