
La linea 2 della metropolitana impiega un’ora per percorrere i due estremi della città: a est San Giovanni, a ovest Bagnoli. Il treno regionale colma il vuoto di una linea cittadina adeguata, connettendo centro e periferie. Le fermate che collegano il centro con l’area flegrea saranno soppresse tra ottobre 2026 e gennaio 2027 per i lavori di costruzione di una nuova stazione. L’obiettivo è di agevolare i flussi previsti per l’America’s Cup di vela, il grande evento che in poco tempo ha messo a soqquadro l’equilibrio, già fragile, dell’area ovest.
Si procede verso una “modernizzazione” della periferia, si “rifunzionalizza” il trasporto pubblico senza interrogarsi sulle esigenze degli abitanti né considerare le loro volontà. Una dialettica tra sospensione e accelerazione attraversa Bagnoli, sede del “grande evento” velistico. Parliamo di un quartiere residenziale, con un po’ di verde e il mare, per quanto inquinato; molte scuole e un polo universitario, attività commerciali di piccola taglia, parrucchieri, alimentari, bar e pizzerie, ma anche supermercati, centri scommesse e agenzie immobiliari; e poi i grandi locali notturni (abusivi) sul litorale. Il microcosmo locale è marcato anche da elementi meno tangibili, una dimensione di scambi e relazioni umane che rispetta il ritmo di vita del quartiere.
Il viale Campi Flegrei è una larga strada collocata al centro del quartiere, dalla forma simile a quella di una rambla. Il viale è composto da sei isole con alberi e panchine, circondate da un mare-strada con doppio senso di marcia. Ogni isolotto è contraddistinto da attività commerciali più o meno complementari, sedimentatesi in quella posizione nel corso del tempo: scuola guida, tabaccheria, merceria, il negozio “dei cinesi”, il ferramenta, non più di due o tre attività di food and beverage ben integrate nel tessuto locale.
Navigando di isola in isola si arriva all’angolo tra viale Campi Flegrei e via Ascanio, dove ha da poco inaugurato una nuova attività dal nome familiare per chi attraversa la movida del centro di Napoli. Forte del successo nelle sedi del Vomero, di Chiaia e del centro storico, è approdata anche a Bagnoli la catena Mosto, specializzata nella vendita di birre artigianali e panini. L’insegna luminosa dal font contemporaneo, in linea con gli interni neri e il design post-industriale, stona con l’atmosfera amena che circonda la birreria. Rispetto al paesaggio circostante di alberelli e villette consunte, talvolta provate dal bradisismo, l’estetica urban di Mosto risalta per contrasto e per la sua aria cosmopolita.
Il 12 marzo è stato il giorno dell’inaugurazione, annunciata con una campagna sui canali social del marchio, che giorno dopo giorno svelava nuovi dettagli sul “grande evento”. Nell’occasione, il locale proponeva per l’intera serata la “double hour”, formula con cui al costo di una singola birra nel formato più grande se ne possono prendere due, a patto di consumarle entrambe nella fascia oraria dell’aperitivo: è il modello di consumo con cui Mosto si è reso popolare in città, rivolgendosi a una clientela che può contare su una certa spendibilità, dato che una birra non costa meno di sette-otto euro.
La sera dell’apertura le persone straripavano sulla strada. La composizione era mista e l’età varia, con una forte prevalenza di venti-venticinquenni, che in un quartiere con una media anagrafica molto alta è già una novità. Soprattutto, colpiva il ventaglio piuttosto largo di provenienza dei clienti, con curiosi arrivati dai comuni flegrei oltre che dal centro città.
Alcune persone del quartiere hanno sperimentato la novità sgomitando nel faticoso tentativo di accedere all’interno del locale stracolmo. Tuttavia, la maggior parte dei bagnolesi ha consumato nei locali già attivi sul viale, per abitudine e per i costi più contenuti. Un giovedì sera qualsiasi sembrava celebrare però qualcosa di più grande, seppure non del tutto afferrabile, fosse anche solo per le dissonanze emerse all’improvviso. La dimensione di festa profana trasportava le persone da Bagnoli immediatamente al centro storico, nel caos dei baretti di Chiaia o dei Quartieri Spagnoli nel fine settimana.
Nei giorni successivi all’inaugurazione il flusso è diminuito, facendosi più marcato durante i fine settimana e all’orario della “double hour”. La forza economica di Mosto, tuttavia, permetterà alla birreria di carburare con calma, in attesa delle trasformazioni sociali del territorio. Al momento il suo stile non sembra avere ancora la forza di creare un’alternativa alle attività di quartiere, che continuano a contare su una clientela invariata per quantità e composizione. Il modello di bar e vinerie “vincente” a Bagnoli è infatti fortemente basato sulla relazione tra esercenti e clienti, su prezzi economici e una socialità diffusa, che si articola per strada più che nei locali. Nonostante i tentativi fatti da Mosto, che passano anche per l’assunzione di giovani del quartiere tra i banconisti e i camerieri, l’atmosfera della birreria ricorda piuttosto quella dei locali sul lungomare di via Napoli: attività apparentemente accattivanti ma di fatto anonime, e soprattutto prive della capacità di creare relazioni. È interessante, in questo senso, notare che le tre vinerie bagnolesi hanno davanti al bancone uno spazio quadrato o rettangolare piuttosto grande dove la gente in fila si sofferma a parlare, mentre Mosto ha ottimizzato gli spazi posizionando la cassa a dominare l’ingresso, e stipando la gente in attesa in una sorta di corridoio, dove è piazzato un juke-box digitale con un cartello che vieta di riprodurre musica “neomelodica”.
Totalmente disinteressate allo scambio con i territori su cui investono, le catene commerciali traggono d’altronde forza sul mercato dalla standardizzazione dell’offerta e dalla globalità del prodotto. Anche in questo caso la ricetta per il successo è la veste grafica riconoscibile perché ordinaria, l’estetica che vorrebbe farti sentire in bilico tra Bristol e Berlino (mentre sei solo a via Ascanio), l’efficacia di slogan e formule studiate a tavolino e buone per gruppi sociali differenti. Mosto non offre una birra, e nemmeno “un’esperienza”. Offre la replicabilità di un modo di fare aperitivo, che al momento sembrerebbe non attecchire in un quartiere dove gli spazi e le relazioni sono tali (non sappiamo ancora per quanto) per cui si esce di casa senza appuntamento, “perché tanto per strada qualcuno incontro”.
Bagnoli conserva un rapporto stratificato con la sua identità culturale e politica, e non è un caso che la sera dell’inaugurazione di Mosto qualcuno ne problematizzasse l’apertura. Senza troppo puntare il dito contro questo o quel marchio, alcuni attivisti hanno voluto caratterizzare il momento di festa alzando l’attenzione sulle trame economiche e politiche che stanno guidando la trasformazione. Uno striscione bianco risaltava tra il folto degli alberi e le colorazioni dark-industrial
Persino la recente crisi bradisismica è stata sfruttata per provare a “riordinare” il tessuto socio-abitativo, così come successo più di trent’anni fa a Pozzuoli: lo sfollamento, morbido o coatto, di decine di nuclei familiari coincide con l’arrivo di nuova gentry, sul crinale del collaudato ciclo di allontanamento verso le periferie dei residenti storici e di sostituzione degli abitanti. Il bradisismo ha provocato l’abbandono del quartiere di tante persone che non hanno potuto aggiustarsi da sé la casa (abbandonate da un governo che assegnava, nella totale indifferenza del comune di Napoli, soldi solo a pochissime tra le famiglie le cui case erano state danneggiate), proprio mentre le aspettative di sviluppo derivate dal “grande evento” inaugurano la stagione della speculazione immobiliare.
Intanto nuove attività, immaginate per un target di persone più ricche, ma completamente aliene al territorio, stanno aprendo i battenti, per esempio un caseificio di lusso e una macelleria (o meglio una “boutique della carne”) al posto di negozi storici di viale Campi Flegrei. Attività a beneficio di clienti che cercano il prodotto selezionato, e un presunto scarto qualitativo rispetto all’offerta “ordinaria”.
La riconfigurazione del tessuto commerciale, resa evidente dai canoni imposti dalle nuove attività, evidenzia una dialettica che, in un mercato cannibale, diventa anche conflitto: insegne luminose, arredi e layout stranianti in un contesto urbano da piccolo paese, a cinque metri da una vecchia edicola dove staziona un venditore ambulante di pannocchie; piccole vinerie e birrerie contro brand in voga e mega-locali notturni sul mare; anziani salumieri e macellai costretti a contendersi la clientela con botteghe gourmet.
Quello che sta succedendo a Bagnoli, mostra come il capitale abbia la forza per attaccare la forma delle città ma anche le sue immaterialità, uniformando i modelli di consumo, cannibalizzando le specificità, riconvertendo gli spazi sulla base delle esigenze di chi spende di più, anche se viene a farlo occasionalmente e con discontinuità. È la logica della speculazione immobiliare: compro e aspetto che i tempi siano propizi per capitalizzare, per esempio attraverso il ricambio degli abitanti provocato dal costo della vita e degli affitti in aumento. D’altronde Bagnoli è tornata oggi appetibile come a inizio degli anni Duemila, quando la riqualificazione dell’ex area industriale sembrava avviarsi: intere palazzine vengono comprate a prezzi esorbitanti, in un mercato che attacca la vita individuale e modifica gli equilibri sociali.
C’è da chiedersi se tra qualche tempo, quando le stazioni riapriranno dopo i lavori, continueremo a chiamare “metro” il treno regionale che ci porta nel quartiere, e se useremo ancora vecchi e rassicuranti linguaggi per nominare cose nuove, che ci respingono persino se paghiamo. Forse, chissà, riusciremo invece ad accorgerci che qualcosa sta cambiando intorno a noi e riappropriarci del potere di abitare, contestare, nominare. (lucia c. paoletti)
