Trump non è molto preoccupato per l’intelligenza artificiale

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Trump non è molto preoccupato per l’intelligenza artificiale

Ha già respinto gli appelli dei dirigenti del settore a imporre nuove regole, perché teme la concorrenza della Cina

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha respinto l’appello di alcuni importanti dirigenti di aziende di intelligenza artificiale (AI), che chiedevano più regole e controlli nello sviluppo dei loro prodotti. «Possiamo mettere dei sistemi di sicurezza, possiamo fare questo e quello, ma penso che ci siano molte forze negative che sollevano la questione e che non dovrebbero sollevarla, e tirano fuori cose che non succederanno», ha detto domenica, facendo capire di non credere alle preoccupazioni sull’AI.

Se gli Stati Uniti imponessero una regolamentazione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ha detto Trump, il rischio è che la Cina possa superare gli Stati Uniti nello sviluppo di questa tecnologia: «Siamo davanti alla Cina nell’AI, e sinceramente voglio che la situazione rimanga così, perché chiunque vinca nell’AI, vince».

In questo modo Trump ha ribadito un’idea piuttosto diffusa negli Stati Uniti secondo cui sarebbe in corso una “corsa all’AI” con la Cina, l’unico altro paese che dispone di aziende avanzate nel settore, per arrivare primi nello sviluppo della tecnologia e potervi così esercitare un qualche tipo di controllo ed estrarne i presunti benefici. È un concetto fumoso, sia perché nessuno ha davvero capito al momento cosa significhi vincere nell’intelligenza artificiale, né se davvero ci siano dei vantaggi nell’arrivare primi. Soprattutto considerando i possibili rischi di sviluppare l’AI senza sufficienti garanzie di sicurezza.

La Cina inoltre ha adottato una strategia di sviluppo dell’AI differente e poco paragonabile, anche in conseguenza dei maggiori avanzamenti americani. È tuttavia innegabile che anche la Cina sia in una dinamica di competizione con gli Stati Uniti per l’AI. I media di stato cinesi peraltro hanno già rigettato l’appello dei dirigenti AI statunitensi, proprio come Trump.

Sabato Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic (l’azienda del chatbot Claude), aveva scritto in un articolo che davanti ai possibili pericoli costituiti dall’intelligenza artificiale, era necessario rallentarne lo sviluppo incontrollato tramite una regolamentazione del settore a livello globale. Poco dopo Sam Altman di OpenAI (quella di ChatGPT), Elon Musk di xAI e Demis Hassabis di DeepMind, un laboratorio AI di Google, si erano detti d’accordo.

Dario Amodei di Anthropic, maggio 2025 (Don Feria/AP Content Services for Anthropic)

Dario Amodei di Anthropic, maggio 2025 (Don Feria/AP Content Services for Anthropic)

Le preoccupazioni pubbliche sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale emergono periodicamente. Di recente sono state causate da alcuni casi in cui agenti AI erano sfuggiti al controllo dei ricercatori per attaccare aziende esterne, oltre che dalle denunce di ex dipendenti. La settimana scorsa in particolare è molto circolato l’allarme di Jacob Coxon, un ex ricercatore di Anthropic secondo cui «le persone che sviluppano l’intelligenza artificiale credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

L’appello di Amodei e degli altri per rallentare lo sviluppo dell’AI e introdurre nuove regole è stato generalmente accolto in maniera positiva da analisti ed esperti di tecnologia. C’è stato però anche molto scetticismo, e non soltanto da parte di Trump. Anzitutto perché non è certo la prima volta che i dirigenti del settore (e in particolare proprio Amodei) fanno grandi proclami pubblici per la sicurezza dell’AI, per poi lasciarli cadere.

David Sacks, un venture capitalist che è anche il principale consigliere di Trump sull’intelligenza artificiale, ha scritto su X che se proprio le aziende di AI vogliono rallentare lo sviluppo, basta che lo facciano: «Il modo migliore per non costruire una superintelligenza [pericolosa, ndr] è non costruirla». Questa posizione rispecchia quella dell’amministrazione Trump, secondo cui non servono regole, ma al tempo stesso mette in evidenza una certa ipocrisia da parte delle aziende di AI.

Attualmente negli Stati Uniti non esiste una vera regolamentazione sullo sviluppo dell’AI, né su quali accorgimenti di sicurezza le aziende devono mettere in pratica: ciascuna azienda si regola da sé.

Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, l’azienda che produce i chip con cui vengono sviluppate le intelligenze artificiali, ha detto che secondo lui questa recente ondata di preoccupazione sollevata dai dirigenti dell’AI sarebbe soprattutto marketing in vista della presentazione di nuovi prodotti per la cybersicurezza. In pratica le aziende starebbero cercando di aumentare l’attenzione verso la possibilità che l’AI hackeri computer e sistemi informatici, per poi vendere prodotti di prevenzione: «Quale modo migliore di creare domanda che creare un problema?», ha detto Huang. «Chi non vorrebbe un mercato in preda all’isteria per il proprio prodotto, con la gente che fa la fila per comprarlo?».

C’è poi chi teme che la richiesta di nuove regole sia un modo per rafforzare la posizione delle aziende di AI attualmente esistenti e scoraggiare la concorrenza. È quella che in inglese viene chiamata regulatory capture, o cattura della regolamentazione: quando le aziende dominanti di un certo settore riescono a ottenere dallo stato leggi a loro favorevoli, trasformandosi in un monopolio protetto da quelle stesse leggi. Lo stesso Amodei, nel suo articolo, ha scritto che le regole non devono «sacrificare il vantaggio commerciale» delle aziende.

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